E nella data odierna, che decreta il successo di questo media, Google introduce
VisualRank, un algoritmo che permetterà, secondo le intenzioni, di classificare in modo simile al
PageRank le immagini presenti nei siti web. Una notizia ancora passata un po’ in secondo piano, ma riportata dal
New York Times negli Usa e da
VisionPost
in Italia, sarebbe una grande novità che determinerebbe una rivoluzione
nel sistema di indicizzazione e ricerca delle risorse su Internet.
Ma l'Europa non sta a guardare e pensa già a
Parhos,
un progetto, finanziato dalla Comunità Europea, che coinvolge anche
grandi realtà industriali come France Telecom e la norvegese Fast.
L'obiettivo, spiega il Politecnico di Milano, "è riunire le migliori
competenze del Vecchio Continente in materia di motori di ricerca,
elaborazione dei dati multimediali e interfacce utente per creare il
motore di ricerca del futuro".

Un motore anche multimediale,
dunque, e cioè capace di effettuare ricerche non solo su documenti
testuali, ma anche su file audio, video, e immagini, con le
caratteristiche tipiche del web 2.0. Un motore di ricerca del futuro
che nelle intenzioni dovrebbe dare filo da torcere a Google.
Il
motore di ricerca più potente del mondo è da tempo sotto l'occhio del
ciclone dei critici che lo accusano di monopolizzare il mercato e anche
di essere una potenziale minaccia per l'integrità e la sicurezza dei
dati degli utenti
(Google
possiede di fatto informazioni in numero incalcolabile sulla vita
privata di ogni abitante del pianeta, e presto anche del codice
genetico, che risiedono sui suoi server potenzialmente per sempre).

Ne ha parlato The Economist [
vedi] non molto tempo fa, e ne parla questo mese "
Mente e cervello", la rivista diretta da
Enrico Bellone, in un articolo di
Michael Shermer dal titolo
Le due facce del business
che però ribadisce le buone intenzioni del colosso di Mountain View,
messo a confronto con un altro gigante, inabissatosi sotto le proprie
sconsiderate e spregiudicate scelte strategiche:
Enron.
Google, afferma Shermer, a differenza di Enron procede al grido dello spirito libero "
Don't be evil",
per cui in azienda tutti tendono a condividere informazioni in maniera
collaborativa e partecipativa, il che non fa che alimentare la fiducia
socializzante all'interno del gruppo, rinforzata dalle relazioni
interpersonali.
Nelle diverse gestioni aziendali
di Enron e Google si possono rintracciare cioè le basi evolutive
dell'etica moderna: lo spirito collaborativo tra gruppi che porta
all'azienda più vantaggi rispetto alla competizione, esattamente in
controtendenza alle ipotesi evolutive presenti ne "Il Gene egoista" di Dawkins. [1] Ma i
fondatori di Google, vanno oltre, e si sentono messianicamente capaci di
migliorare addirittura le sorti del mondo:
affermando che se tutti conoscono le informazioni personali di chiunque
altro su questo pianeta non si potranno formare egemonie di potere: mai
più il dominio di un gruppo in possesso di dati fondamentali a
discapito di altri gruppi.
E
sto riflettendo su queste parole consapevole che l'80 percento degli
strumenti del web 2.0 che uso quotidianamente, su cui sono contenuti
tutti i miei dati sensibili, sono piattaforme di proprietà della stessa
azienda su cui sto argomentando (da Gmail, a Blogger, da YouTube alla
Toolbar che uso sul mio browser) ...
Ahimè, ..."quis custodiet ipsos custodes?"