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02/02/2001
Computers, pannelli solari, batterie, generatori e...tostapane
 Qual è il motivo per il quale un certo numero di persone accetta, a parità di prestazioni, di pagare una bella sommetta in più per avere un computer portatile? Per portarlo in pizzeria il sabato sera? Be’, sarebbe preferibile, secondo me, all’invasione dei telefonini, soprattutto se si azzera il volume, ma non è così. Non è nemmeno per averli come compagni di pic-nic a maggio, all’ombra dei ciliegi in fiore. La fidanzata rischierebbe di arrabbiarsi. Di solito, si sceglie un portatile a causa, appunto della sua portatilità. Se si va per un fine settimana, una vacanza, un soggiorno, da amici, parenti, suoceri, può far comodo portarsi dietro il computer. C’è poi l’uomo d’affari vero o presunto che lo usa in albergo. Normalmente, si tratta di posti dove c’è un’abbondante fornitura di corrente elettrica. Eppure, nel feroce mondo della concorrenza tra fabbricanti di notebook, uno degli argomenti pubblicitari è la durata della batteria, la possibilità di metterne una seconda, e così via. Come mai? In aereo, è sempre più vietato usarli, a causa delle interferenze coi sistemi di controllo; in automobile è assai scomodo fare un tabulato Excel. Chi resta? I viaggiatori ferroviari, certo, che scrivono rapporti sulla borsa di Ulan-Bator o giocano a Tomb Raider, e i volontari di MSF (Medici Senza Frontiere) e di altre agenzie umanitarie, che devono fare database sulle epidemie e lo stato nutrizionale, scrivere lettere logorroiche o giocare pure loro, poverini. Ora, quando sono inviati come i miei colleghi e io ad Amudat, in Uganda a nord del monte Elgon o in altri posti simili, in mezzo ad una sterpaglia arbustosa lontano mille miglia dal più vicino approvigionamento di energia elettrica per non parlare di derivazioni telefoniche, ci si arrabatta come si può.Ad Amudat abbiamo due fonti di energia elettrica: pannelli solari e generatori. Al “compound”, cioè lì dove viviamo, abbiamo dei pannelli solari, un generatore a benzina e uno a gasolio. I pannelli solari, che caricano due batterie a 12 volt, permettono di accendere la luce data da piccoli neon in salotto, in cucina e sulla veranda, ci abbiamo collegato la musica e il telefono satellitare. I generatori, invece, ci permettono di caricare le batterie dei portatili, e di accendere la luce in bagno. Quello a gasolio è affidabile, robusto e potente, ma ahimè molto rumoroso; quello a benzina invece non regge due Toshiba, un Powerbook e un telefono satellitare, ma in compenso ci lascia mangiare in pace senza l’accompagnamento del rumore di un trattore. In ospedale non c’è un sistema di illuminazione vero e proprio, in corsia di sera ci sono delle lampade a petrolio, ma ci sono dei sistemi a pannelli solari per la radio, il frigo dei vaccini e l’ufficio. L’ufficio in questione ha il suo pannello solare separato, carica due grosse batterie, collegate da alcune settimane a, udite udite, un invertitore! Sto parlando di un’apparecchio che trasforma la corrente continua a 12 V in corrente alternata a 220. E allora, vum! Tutti lì a caricare le batterie dei computer. E siccome il sistema non è molto potente, dopo un po’ avviene l’inevitabile. Luce rossa lampeggiante, fischio lancinante: sovraccarico, le apparentemente enormi batterie posate sotto il tavolo si svuotano, ed è finita la commedia (cioè no, scusate: la corrente). Allora s’incazza Grégoire, l’amministratore, che ci dice che potevamo pensarci la sera, a casa, col generatore; lui lì ha bisogno della stampante, che funziona solo a 220 V. Ma proprio Grégoire ci ha poi impedito di farlo: l’altra sera che era in moto il generatore Diesel, ha pensato bene di fare tostare del pane, senza realizzare che lo stabilizzatore, disposto tra il generatore e le prese di corrente, regge solo 500 W: si è bruciato il fusibile, e potete immaginare com’è facile trovarne un altro in un posto dove siamo contenti di trovare la carta igienica. Morale: se si vogliono fare i tabulati Excel, bisogna accettare di mangiare il pane molliccio.Lato comunicazioni, vi ho già raccontato nel mio articolo precedente dei miei tentativi infruttuosi di collegare il Powerbook al telefono satellitare. Quanto a Bushnet, il provider via radio, se ne discute ancora, lo trovano caro, il modem sembra costi una barca di soldi. Allora facciamo così: scriviamo il messaggio in word, lo salviamo su dischetto, e lo spediamo a Kampala con l’aeroplanino della MAF (Missionary Air Force) che viene qui due volte a settimana. Per avere una buona speranza che l’e-mail venga spedita, bisogna salvarla in Word per Windows versione 6; non capisco perché, ma sembra che se non vedono la familiare icona con la W si spaventano. Per ricevere, invece, le e-mails vengono stampate e ce le mandano sempre con la MAF. Sita mi ha spedito un allegato, non so cos’è, credo una piccola applicazione (Happy99.exe); e allora ho ricevuto quattro pagine di codice. Da queste parti, è bene usare l’e-mail solo per inviare testo puro.Per finire, vorrei fare una breve aggiunta al mio articolo precedente: avevo segnalato l’esistenza di un sistema che permette di collegare stampanti PC a un Macintosh: si chiama Power print ed è prodotto dalla Infowave (www.infowave.com).

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| Roberto Sallier De La Tour Redattore |
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